Storia

Dalle origini alla donazione del 954 d.C.

Le prime attestazioni storiche di Seborga possono essere fatte risalire al V secolo a.C., quando le scorrerie dei pirati spinsero gli abitanti della fascia costiera dell’estremo Ponente ligure a riparare nell’entroterra, dove è tuttavia ipotizzabile che alcuni sporadici insediamenti fossero già presenti attorno al 2000 a.C..

Attorno al 250 a.C. la Liguria occidentale, all’epoca facente parte della Gallia celtica, fu conquistata dai Romani. Gli insediamenti ivi presenti furono censiti e classificati come “burga” e gli abitanti cominciarono ad assumere una struttura ordinata, con l’istituzione di regole di vita comune. I Romani non furono inizialmente ben visti dalla popolazione locale, poiché quest’ultima era considerata barbara e non poteva godere dei benefici dello ius italicus, ossia un insieme di privilegi riguardanti specialmente l’economia e la pressione tributaria; gli abitanti pertanto tennero sempre un atteggiamento ostile verso i Romani, che venne meno soltanto con l’ottenimento della cittadinanza romana.

La Liguria subì successivamente l’invasione di alcune popolazioni barbare, degli Ostrogoti e dei Bizantini, finché nel 643 fu conquistata dal re longobardo Rotari. Nei primi anni dell’VIII secolo, visto l’intensificarsi delle scorrerie dei Saraceni, alcuni burga, tra cui Seborga, furono fortificati in funzione difensiva e divennero castra. Nel 770, a seguito del matrimonio tra Ermengarda, figlia del re longobardo Desiderio, e Carlo Magno, il Regno Longobardo (e quindi anche la Liguria) fu annesso al Regno di Francia, che a sua volta fu inglobato nell’Impero Carolingio. Nel 789 Carlo Magno, nell’ambito dell’organizzazione dell’impero, istituì la Contea di Ventimiglia (comprendente Seborga), inizialmente dipendente dalla Marca Tuscia. Nell’890 il Marchese di Toscana Adalberto nominò Conte di Ventimiglia il figlio Bonifacio II, il quale, primo a fregiarsi di questo titolo, riuscì a rendere la Contea di Ventimiglia indipendente dalla Marca Tuscia.

Bonifacio, Conte di Ventimiglia, elesse il Castrum di Seborga quale luogo di sepoltura suo e dei suoi discendenti, modificando l’appellativo del paese in Castrum Sepulchri o Castrum de Sepulchro, sebbene a Seborga non siano in realtà mai stati ritrovati resti di tombe nobiliari.

Seborga, feudo dei monaci di Sant’Onorato di Lerino

Il conte Guidone di Ventimiglia, il 3 aprile 954, essendo in procinto di partire per combattere “contra perfidos Saracenos” al fianco di Guglielmo il Liberatore, conte di Provenza, donò il territorio di Seborga ai monaci benedettini dell’Abbazia di Sant’Onorato di Lerino; tale abbazia si trovava – e si trova tuttora – sulle Isole di Lerino, situate di fronte a Cannes e all’epoca facenti parte della Contea di Provenza, divisione del Regno di Arles (nel frattempo nato). L’atto notarile di donazione oggi conservato a Torino è ritenuto da quasi tutti gli storici un documento apocrifo, tuttavia è certo che la donazione effettivamente avvenne: è infatti giunto ai giorni nostri un documento originale riportante una sentenza del 1177 circa una disputa sorta sui confini tra le proprietà dei monaci e quelle dei Conti di Ventimiglia, e in tale documento autentico la donazione viene esplicitamente confermata. La donazione riguardava un territorio di circa 14 km2.

A partire dal 1079, con l’autorizzazione del Papa Gregorio VII, secondo l’usanza ampiamente diffusa all’epoca, gli abati di Sant’Onorato di Lerino poterono fregiarsi del titolo di Principi-Abati di Seborga, godendo del cosiddetto “mero et libero imperio cum gladii potestate” (cioè con la facoltà di comminare la pena di morte, tuttavia mai esercitata a Seborga). Conseguentemente l’Abate affermò di essere indipendere dal clero secolare e di dipendere esclusivamente e direttamente dal Papa (“nullius dioecesis”). Tale circostanza causò peraltro tensioni con il Vescovo di Ventimiglia, che pretendeva di essere la legittima autorità spirituale (potendo in tal modo riscuotere le decime sui raccolti), e provocherà numerosi interventi di diversi Papi a favore delle tesi dell’Abate di Sant’Onorato nel corso del XII secolo.

La sovranità spettava all’Abate dell’Abbazia di Sant’Onorato di Lerino, che tuttavia raramente la esercitava. Lo stesso titolo di Principe di Seborga prese ad essere usato soprattutto dal Seicento. Chi di fatto comandava a Seborga era il Podestà, spesso scelto dal Principe-Abate e comunque da quest’ultimo sempre approvato, che aveva come compito principale quello di giudicare quanti erano accusati di aver commesso un crimine sul territorio del Principato. Alle dipendenze del Podestà vi erano due Consoli, che avevano funzioni meramente formali (per esempio, la presidenza del Parlamento dei Capifamiglia o Priori, forse scelti tra i guardiani di Seborga) o comunque modeste (per esempio, riscossione delle decime, denunce di reati, chiusura delle Porte cittadine). Dai Consoli dipendevano infine i Sindaci, che erano incaricati di funzioni burocratico-amministrative e rimanevano in carica per un solo anno. L’Abbazia di Sant’Onorato si occupava principalmente degli affari esteri, mentre gli affari interni erano gestiti dal Podestà, che rispondeva in ogni caso al Principe.

Nel corso dei secoli successivi Seborga fu ripetutamente oggetto di attenzioni da parte della Repubblica di Genova (che dal 1030 aveva nel frattempo inglobato la preesistente Contea di Ventimiglia), la quale tentò più volte di annetterla, irritata per il fatto di avere all’interno del suo territorio un’enclave che sfuggisse al suo controllo politico. Anche nella stessa Seborga sorsero contrasti tra i monaci e gli abitanti locali, che si rifiutavano spesso di pagare le decime sui raccolti già piuttosto scarsi; i monaci furono costretti più volte a chiedere prestiti per potere mantenere il borgo.

Al 1261 risale la stesura degli “Statuti e Regolamenti” per Seborga, operata da Giacomo Costa per volontà del Principe-Abate Bernardo Aiglerio.

Il 16 gennaio 1515 Papa Leone X, su richiesta del Principe-Abate Agostino Grimaldi, pose l’Abbazia di Sant’Onorato, dal 1464 sotto regime di commenda, sotto la giurisdizione della Congregazione Benedettina di Montecassino, la quale a sua volta ne affidò il controllo all’Abate dell’Abbazia di Montmajour di Arles.

A seguito di alcune annate agricole pessime, la già precaria situazione finanziaria di Seborga peggiorò via via. Anche per cercare di risolvere la situazione, il Principe-Abate Cesare Barcillon decise di appaltare a Bernardino Bareste di Mougins, il 24 Dicembre 1666, la gestione di una nuova zecca per battere monete proprie: i luigini. Seborga chiuse poi la zecca nel 1688, dopo la formale protesta del re di Francia per l’appalto concesso ad un ugonotto di Nimes, un certo Jean D’Abric, accusato di coniare monete false. Il materiale atto alla coniazione delle monete fu poi ceduto nel 1719 dal Podestà di Seborga Giuseppe Antonio Biancheri alla Repubblica di Genova, a parziale rimborso di un precedente debito che i monaci avevano contratto proprio con quest’ultima.
Il diritto alla coniatura delle monete è stato riesercitato in epoca contemporanea dal Principe Giorgio I negli anni 1994-96 e successivamente dal Principe Marcello I, con l’emissione di luigini circolanti e commemorativi.
Ulteriori informazioni in merito al conio dei luigini possono essere trovate alla pagina I luigini.

La situazione economico-finanziaria non sembrò perciò migliorare e i monaci iniziarono a meditare di vendere il borgo.

I monaci vendono Seborga

Le trattative

Nel 1697, mentre era Principe-Abate Giuseppe de Meyronnet, fu stilato un primo preliminare di vendita con il Duca di Savoia Vittorio Amedeo II. Tuttavia, la Repubblica di Genova, che continuava a mal tollerare l’ipotesi di avere un’enclave nel suo territorio e che pertanto voleva appropriarsi di Seborga ad ogni costo, fece pressioni sul re di Francia Luigi XIV, sul Vescovo di Ventimiglia e sullo stesso Papa Innocenzo XII per ottenere un prolungamento dei negoziati coi Savoia. Nel frattempo si fecero avanti anche alcuni privati, come il modenese conte Vespucci, Françoise-Athénaïs de Montespan (amante ufficiale del re di Francia Luigi XIV), il bolognese Filippo Ercolani e i Grimaldi di Monaco, nonché alcuni prestanome per la Repubblica di Genova, come il taggiasco Ernesto Lercari, il genovese Renato Sauli e la stessa Repubblica, tramite il marchese Doria. I monaci in realtà non si interessarono mai di queste offerte, essendo risoluti a vendere Seborga ai Savoia, dai quali volevano ottenere però il prezzo più alto possibile. Di fatto la trattativa riprese solo nel 1723, quando il Duca di Savoia Vittorio Amedeo II nominò suo rappresentante plenipotenziario per i negoziati l’avvocato Francesco Lea. Nel 1751 la Santa Sede confermò lo status di nullius dioecesis di Seborga. Nel 1728 arrivarono gli ultimi nullaosta da parte dell’Abate di Montmajour (che dal 1515 aveva funzioni di controllo sull’Abbazia di Sant’Onorato) e da parte del Re di Francia Luigi XIV.

La vendita a Vittorio Amedeo II di Savoia: perché ancora oggi Seborga è indipendente

Il 30 gennaio 1729 l’atto di vendita di Seborga fu sottoscritto a Parigi alla presenza dell’avvocato Francesco Lea, in rappresentanza del Re di Sardegna, e dei Padri Benoît de Benoît e Lambert Jordany, rispettivamente economo e decano dell’abbazia lerinese, in rappresentanza del Principe-Abate Fauste da Ballon.

Tale atto, che peraltro non venne mai registrato, non prevedeva esplicitamente che il Re di Sardegna avrebbe acquisito la sovranità su Seborga (tant’è che la dicitura “Principe di Seborga” non compare mai tra i suoi titoli ufficiali), ma semplicemente che il territorio di Seborga sarebbe diventato suo possedimento personale, sul quale avrebbe esercitato il ruolo di protettore (ius patronatus); non a caso, l’acquisto fu effettuato con le finanze personali del re e non con quelle del regno sabaudo.
Su queste tesi, il Principato di Seborga sostiene ancora oggi che Seborga sia indipendente, poiché con l’acquisto del Principato nel 1729 la sovranità, in assenza di un’esplicita clausola che prevedesse il trasferimento di quest’ultima al Re di Sardegna, sarebbe ricaduta ipso iure sul popolo di Seborga, che non l’avrebbe esercitata attivamente per quasi due secoli limitandosi ad acconsentire tacitamente al fatto che l’effettiva gestione del paese fosse affidata al Re di Sardegna tramite i suoi emissari. L’annessione al Regno d’Italia nel 1861 e alla Repubblica Italiana nel 1946 sarebbero pertanto atti unilaterali e illegittimi, perché violano la legittima sovranità del popolo seborghino. L’esilio dei Savoia, nel 1946, comportò peraltro la fine dello ius patronatus.

Seborga oggi

Il popolo di Seborga si riunisce liberamente e spontaneamente il 14 maggio 1963 ed elegge principe Giorgio Carbone (che assume il nome di Giorgio I), un cittadino di Seborga appassionato di storia da sempre sostenitore della indipendenza dallo Stato italiano, che oggi de facto esercita illegittimamente la sua sovranità su Seborga. Soprattutto a partire dagli anni Novanta, il Principe Giorgio I si pone come rifondatore delle istituzioni seborghine: Seborga riprende l’antico stemma sovrano, la bandiera bianca e azzurra, l’antico motto “Sub Umbra Sedi”. Il 3 aprile 1994 si tengono le elezioni per la nomina di un governo costituente. Il 23 aprile 1995 il popolo approva, con 304 voti a favore e 4 contrari, la nuova costituzione (gli “Statuti Generali” e il “Regolamento”). Pochi mesi dopo, il 24 settembre 1995, si tengono nuove votazioni per eleggere i membri del Consiglio della Corona, l’organo esecutivo del Principato. In deroga agli Statuti Generali, il principe Giorgio I è rieletto a vita, prestando giuramento il 13 ottobre. Sempre nel 1995 riprende il conio dei luigini, che tuttavia sarà sospeso l’anno successivo, e vengono stampati per la prima volta dei francobolli; viene istituito un corpo di Guardie, vengono adottati un inno nazionale, una nuova bandiera e una targa automobilistica. La riattivazione della sovranità di Seborga rianima il turismo ed accende la curiosità dei media e dei mezzi di comunicazione, via via sempre più interessati alla realtà di Seborga e alla sua storia.

Il 20 agosto 1996, ricorrenza di San Bernardo, Giorgio I riafferma ufficialmente l’indipendenza del Principato, con il seguente proclama: “Noi Giorgio I, Principe di Seborga per grazia di Dio e per volontà del Popolo Sovrano, per diritto e nel diritto internazionale, vigente in tutti gli Stati con costituzioni democratiche e moderne, ribadiamo e decretiamo la sovranità territoriale, giuridica, religiosa, civile, morale e materiale del Principato di Seborga“. Il 5 aprile 2007 il giudice Erika Cannoletta del Tribunale di Sanremo, emettendo una sentenza in merito a una controversia tra Seborghini, dichiara che lo Stato italiano non ha giurisdizione su Seborga: “[…] Non può sussistere giurisdizione esclusiva nei confronti di uno Stato non riconosciuto sovrano dallo Stato Italiano ma considerato tale da altre comunità e/o Stati stranieri riconosciuti dall’Italia”. Il giudice invia gli atti alla Corte Costituzionale italiana e notifica l’ordinanza al Presidente del Consiglio e a quelli delle due Camere. Per contro, la Corte Costituzionale il 14 gennaio 2008 dichiara l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale. Un nuovo ricorso è stato quindi intrapreso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che tuttavia viene giudicato inammissibile il 12 dicembre 2012.

Il Principe Giorgio I (nel frattempo ammalatosi di sclerosi laterale amiotrofica) scompare il 25 novembre 2009. Il 25 aprile 2010 Marcello Menegatto è eletto Principe di Seborga (con il nome di Marcello I) attraverso elezioni palesi. Da allora, coadiuvato dal Consiglio della Corona da lui presieduto, prosegue quanto iniziato a suo tempo dal suo illustre predecessore.

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